I CRIMINOLOGI E IL CIRCO MEDIATICO
ARTICOLO PUBBLICATO SUL MENSILE ”ABOUT” – MAGGIO 2011
I criminologi e il circo mediatico di Marco Strano
Negli ultimi anni nei talk show televisivi e sulla carta stampata la presenza dei criminologi che potremmo definire genericamente cone “esperti di casi e fenomeni criminali”, è diventata sempre più assidua. I pareri e le analisi che vengono fornite da questi personaggi appaiono però spesso abbastanza superficiali e scontate e soprattutto centrate più sulla colpevolezza di un individuo e sull’efficacia delle indagini in corso che alla specifica competenza della Criminologia che si dovrebbe invece occupare più della dimensione psicologica e psichiatrica del criminale che delle investigazioni. Il criminologo di formazione psico-sociologica, infatti, ha come funzione primaria quella di fornire al Magistrato di Sorveglianza una valutazione sulla pericolosità sociale di un detenuto al fine di suggerire il trattamento carcerario più adatto. Il criminologo di formazione medico-psichiatrica ha invece funzione di indicare ai magistrati giudicanti, nel corso del processo, se l’imputato aveva capacità di intendere e di volere al momento del crimine al fine di stabilire se deve essere processato normalmente o se invece, più che il carcere, è opportuno indirizzarlo verso una struttura psichiatrica (Ospedale Psichiatrico Giudiziario).
Esistono poi in Italia altre figure di criminologi, in verità pochissimi e tutti appartenenti a forze di polizia, che forniscono il loro apporto nella fase iniziale delle indagini, quando ancora i sospetti non si sono concentrati su un individuo specifico. Si tratta dei cosiddetti profilers, che nei casi ancora irrisolti delineano un profilo di colui che “potrebbe aver commesso quel determinato delitto”. Questo profilo in realtà serve agli investigatori per limitare la rosa dei sospetti e ad ottimizzare le risorse investigative, concentrandole sui soggetti più probabili.
Nel mondo operano diverse scuole di profiling e quella statunitense è probabilmente la più famosa, abilmente veicolata anche da film di successo e da alcune riuscite serie televisive tipo “criminal minds”. L’approccio americano è molto centrato sulla statistica e sfrutta database dove vengono diligentemente inseriti casi di vario genere. L’approccio europeo è maggiormente logico e deduttivo ed è centrato sull’analisi della scena del crimine, della vittima e delle informazioni investigative. In effetti la professione del criminologo in Italia non è regolamentata. Non esiste un albo professionale come per i medici o gli psicologi e di fatto chiunque può auto-ascriversi il titolo di criminologo. E’ come dichiararsi esperto di fenomeni criminali. E dove non c’è una regolamentazione precisa dovrebbe esserci il buon senso. Ci vorrebbe una laurea in materie compatibili (Medicina, Psicologia, Giurisprudenza, Sociologia ecc.) e una formazione post-laurea specialistica. E ovviamente una buona esperienza sul campo.
Ma il buon senso spesso non c’è. Come nel caso di un Ragioniere di Padova che dopo aver frequentato un corso di 4 giorni in america ha cominciato a proporsi come esperto della scena del crimine e addirittura a proporre corsi di formazione su tale tematica. E il risultato di questa situazione è l’imbarazzo dei criminologi veri, quelli con decenni di esperienza sulle spalle e l’assoluta perdita di credibilità della professione. Non è un caso, del resto, che sulla figura del criminologo ci abbiano messo l’occhio anche i comici che hanno intuito che all’interno di questa area professionale alberga soventel’improvvisazione. Il gruppo di Simona Ventura a “quelli che il calcio” su RAI2 ha inserito tra le sue “gags” proprio i criminologi e anche Gene Gnocchi su Rai 3 per diverse settimane ha scherzato pesantemente su questa professione. Stessa cosa per Zelig e altri programmi di satira.
Ma torniamo ai criminologi dei talk show. Fermo restando che non c’è niente di male nel fornire ai telespettatori delle interpretazioni su un delitto, occorre però fare delle valutazioni di fondo. In primo luogo un criminologo serio ha bisogno di documentazione “di prima mano” per esprimere un parere specifico altrimenti può solamente fare delle valutazioni statistiche e logiche ma senza azzardare un giudizio di colpevolezza o il profilo di un presunto colpevole. In altre parole è necessario poter accedere al fascicolo investigativo per poter esprimere una valutazione attendibile altrimenti le possibilità sono due: o si rimane sul generico, rischiando di apparire banale, oppure si rischia di giungere a conclusioni non supportate da basi scientifiche.
Ma la legge dei media impone a volte anchela superficialità. La soluzione trovata da diversi criminologi televisivi è stata a dir poco geniale. Considerando che nel 90% dei delitti la vittima conosceva il suo assassino (anche perché non si capisce perché dovresti uccidere uno che non ti ha fatto nulla….), che la maggior parte degli assassini sono uomini e che statisticamente le persone uccidono maggiormente in una fascia di età dai 25 ai 50 anni, è sufficiente, quando il conduttore televisivo di turno formula la fatidica domanda rispetto al nuovo crimine insoluto: “dottore, chi potrebbe aver ucciso”? rispondere ostentando una certa sicurezza: “sesso maschile, di età dai 25 ai 50 anni e con una conoscenza pregressa della vittima”…. In circa il 90% dei casi ci si azzecca e si fa un figurone. Il problema è che un investigatore che si sente prospettare un simile profilo ha di fronte, in una nazione come l’Italia, almeno una ventina di milioni di possibili autori e ovviamente non può utilizzare tale informazione in nessun modo.
Certamente può capitare che una vecchietta di 80 anni, fisicamente in forma e cattivissima, che non aveva nessuna conoscenza della vittima possa uccidere e quindi “sbugiardare” la previsione del nostro criminologo televisivo. Ma è abbastanza scontato che un’evenienza di questo genere è assai rara e poi, tutto sommato, potrebbe rappresentare un isolato incidente di percorso del criminologo che rimane comunque autorevole e continua ad essere invitato nei salotti mediatici. Da Porta a Porta a Matrix, da Pomeriggio sul due ai programmi domenicali di Mediaset, non c’è un nuovo caso di cronaca in cui non viene formulata dal criminologo di turno la fatidica frase: “…l’assassino, certamente un uomo, conosceva la sua vittima, bisogna quindi cercare nella cerchia dei parenti o dei conoscenti…”. Francamente non è difficile immaginare che il pubblico dotato di un minimo di spirito critico non si sia reso conto della superficialità di tale apporto e abbia fiutato l’inganno.
Ma in fondo, come si suol dire, a questo mondo c’è posto per tutti. Sul fatto che però tali pareri non facciano male a nessuno invece sono stati avanzati numerosi dubbi. La capacità di influenzare le persone da parte dei media è cosa oramai risaputa e tra le “persone” siano essi telespettatori o lettori ci possono essere anche coloro che a vario titolo sono direttamente interessati alle indagini di quel delitto. E non è un caso che negli Stati Uniti venga preclusa, nei limiti del possibile, alle giurie popolari che devono esprimere un verdetto di colpevolezza, la fruizione di programmi televisivi e giornali.
Sta di fatto che in Italia in occasione di alcuni omicidi famosi come Cogne, Garlasco e la più recente Sara Scazzi, si è assistito a una sorta di processo parallelo celebrato in televisione con tanto di giudici, investigatori e periti, a volte completamente estranei alle indagini e quindi disinformati, a volte, cosa assai più grave, coinvolti come parte e quindi deontologicamente inadatti a fornire informazioni pubblicamente. Ma la legge dell’audience impone questo e altro.
Ma quali sono i casi che finiscono in questa trattazione mediatica esasperata e diventano famosi? Normalmente quelli irrisolti che consentono di essere trattati come dei veri e propri “gialli”. Se la Polizia riesce in poche ore a trovare un colpevole il delitto non si genera suspence e quindi rimane sulle pagine dei giornali per poco tempo e viene forse raccontato incidentalmente in un telegiornale minore. In tutto il mondo, del resto, ogni 10 omicidi che avvengono almeno 4 rimangono insoluti. Quattro assassini su dieci la fanno franca. Quandola Polizianon riesce a scoprire un omicidio per gli addetti ai lavori non è una cosa atipica ma rientra nei fisiologici limiti dell’apparato investigativo.
E gli omicidi che vengono scoperti in percentuale minore sono solitamente quelli maturati nell’ambito della criminalità organizzata e commessi da killer professionisti che lasciano poche tracce e che operano in ambienti culturali omertosi dove è difficile trovare testimonianze. Gli omicidi “intrafamiliari”, quelli commessi da un parente da un amico stretto o da un vicino di casa, sono sulla carta più semplici da risolvere poiché gli investigatori hanno la possibilità di individuare un movente tra le persone vicine alla vittima. E poi abitualmente un assassino poco professionale lascia più tracce. Ma non è sempre così facile. Edmond Locard, uno dei padri dell’investigazione scientifica moderna ci ha insegnato che un criminale lascia sempre qualcosa di se nell’ambiente dove avviene l’omicidio e che sempre qualcosa di quell’ambiente rimane attaccato all’assassino.
Si tratta solo di saperlo trovare. In altri termini gli investigatori sono particolarmente efficaci nel dimostrare che un soggetto era presente in un determinato luogo cercando i segni della sua presenza (DNA, impronte digitali ecc.). Se il sospettato aveva dichiarato di non essere stato in quel luogo è bello che incastrato e l’inchiesta si conclude velocemente. Ma nella maggior parte dei delitti irrisolti degli ultimi anni o in quelli dove il verdetto ha lasciato una scia di polemiche, l’assassino aveva modo e ragione di frequentare abitualmente il luogo dove è avvenuto il delitto. Trovare una sua impronta sulla scena del crimine non è quindi più un elemento risolutivo. Il sospettato può infatti giustificarla dicendo di averla lasciata in una fase temporale precedente a quella dell’omicidio. Il giallo di Garlasco è uno di quelli così come Cogne e Avetrana. Vengono trovate delle tracce ma non si riesce a stabilire con assoluta certezza se il principale sospetto le ha lasciate mentre uccideva.
Potrebbe averle lasciate prima oppure al momento della scoperta del cadavere. Insomma in tutti i questi casi il “principio di interscambio” di Edmond Locard perde di valore assoluto e le azioni della Polizia scientifica, pur se estremamente sofisticate, entrano un po in crisi. Certamente esistono delle tecniche di indagine che cercano di dare anche una origine temporale a una traccia. Trovare una impronta digitale o di scarpa fatta con il sangue della vittima indica sicuramente che il proprietario di quella impronta ha lasciato la traccia dopo che è avvenuto l’omicidio. Ma siamo sicuri che senza ombra di dubbio l’ha uccisa lui? E se si fosse sporcato toccando il cadavere per capire se era realmente morto? Insomma visto che per il nostro Diritto Penale una persona deve essere dichiarata colpevole “solo in assenza di qualsiasi ragionevole dubbio” la prova scientifica, pur se importantissima, non è la verità assoluta ma a volte può dare diverse spiegazioni.
E in questo senso la polemica sui rischi di affidarsi esclusivamente alle indagini scientifiche è particolarmente attuale. Abbandonare le indagini convenzionali, fatte di intuito, di testimonianze, di ricerca delle contraddizioni negli interrogatori è ritenuto da molti un grave errore. Certamente l’illusione di poter spiegare sempre tutto con il responso di un laboratorio è molto diffusa, rinforzata anche dai telefilms CSI e derivati. Riuscire in pochi minuti, sfruttando la semi-infallibilità della Scienza moderna a risolvere un caso intricato è una chimera che stuzzica anche magistrati e poliziotti. Ma spesso è solo una illusione mendace. I casi risolti grazie alla sola sulla prova scientifica in effetti non sono molti. Secondo la maggior parte degli investigatori la scoperta di un delitto e il successivo esito positivo di un processo, ovvero la condanna di un colpevole certo o la sua assoluzione “senza dubbi” avvengono quasi sempre per una serie di circostanze in cui la prova scientifica è integrata e supportata da valide e intelligenti indagini convenzionali.
E cosa avverrà in futuro in questo delicato settore? Aumenteranno i casi risolti o ancora molti assassini rimarranno impuniti? La risposta è legata anche a quanto la società è disposta a investire in questo settore e a quante innovazioni saranno introdotte. In Gran Bretagna, con l’introduzione della banca-dati del DNA il numero dei delitti scoperti è aumentato vertiginosamente. Attualmente in Italia, dove questa banca dati non c’è, in moltissimi casi è stata trovata una traccia biologica contenente il DNA dell’assassino ma non essendoci la possibilità di comparare tale traccia non si è riusciti a identificare il responsabile. E l’altra dimensione chiave nel successo investigativo è legata alla preparazione professionale dei poliziotti e dei magistrati. La rapida evoluzione delle tecniche di indagine impone infatti una formazione specialistica e soprattutto continua in coloro che combattono il crimine. Sempre più delitti nascondono la chiave della loro scoperta nella memoria di un computer o in altri ambiti della tecnologia digitale, nascono nuovi metodi di indagine biologica con cui è necessario avere dimestichezza, e la capacità di anticipare le mosse di un assassino conoscendo la sua psicologia costituisce sempre più una dimensione conoscitiva indispensabile per l’investigatore moderno.
Dalla capacità di investigatori, magistrati, criminologi ed esperti forensi di migliorare le loro capacità professionali e dagli investimenti tecnologici e strutturali in questo comparto dipenderà quindi nel futuro prossimo il miglioramento della capacità di scoprire i delitti e di assicurare i colpevoli alla giustizia. E se questo non avverrà? Niente paura, possiamo continuare a risolvere brillantemente i casi nei talk show televisivi e scoperto l’assassino poi andiamo tutti a dormire (tardi) felici e contenti…..

Come al solito i tuoi articoli sono precisi e di alto profilo! Spero che in molti leggano questa tua autorevole considerazione e che sia sempre più chiara la figura del Criminologo, una professione inventata da noi Italiani! Grazie Marco!
Autorevole considerazione come sempre, non avevo dubbi……. è un articolo veramente molto interessante e delinea bene la figura del Criminologo.
Fa inoltre il punto della situazione e della figura del criminologo……competenze e ambiti di interesse.
Mi piacerebbe e spero vivamente che questa autorevole considerazione ed altre di pari portata possano diventare di dominio pubblico, per chiarire alla stragrande maggioranza delle persone (i non addetti ai lavori), il pubblico dei vari tolk show, la figura e i compiti del criminologo, perchè dal messaggio che deriva/passa dai vari circoli mediatici è di molta confusione e questa figura arriva al pubblico distorta e non propriamente attinente al campo oerativo d’interesse reale.
Attraverso recenzioni e articoli come questo divulgati atrraverso i media spero si possa fare più chiarezza su questo delicato settore.
Complimenti Marco fai chiarezza su un argomento fondamentale che condivido pienamente.
un caro saluto con srima
vincenzo savatteri
Grazie professore, per me che ho preso quest’anno una ” laurea di 1^ livello in Criminologia penale Accademica Ameircana” Apostillata dal segretario di stato americano di turno è sempre un onore e un piacere leggere le sue opinioni basate sulle sue esperienze di vita..
Giuseppe il professore ordinary member icaa
Caro Professore (Professore di che cosa non ho ancor capito!!!) le ricordo che il Ragioniere di padova da lei indicato nell’articolo, ha frequentato il corso in america di 4 giorni grazie a lei, e sempre il solito Ragioniere di padova sta ancora aspettando la certificazione della sua fantomatica Accademia (ICAA) dove oggi lei è Direttore Scientifico ma all’epoca dei fatti era il Presidente, oltre, le ricordo, aspetta ancora il rimborso di € 900 (come da lei dichiarato via mail del maggio 2009). Certo che questo mio commento rimarrà molto poco nel suo blog, visto che lei non risponde nemmeno alle lettere raccomandate inviate dal fantomatico Ragioniere di padova, lo stesso voleva comunicarle che, dopo quella pessima esperienza con la sua Accademia (le ricordo che lei era Presidente all’epoca dei fatti…) ha avuto modo di frequentare numerosi corsi in america di estremo ed immenso interesse, ottenendo così reali certificazioni da enti realmente accreditati, che hanno portato il Ragioniere di padova a lavorare a stretto contatto con una criminologa di sicuro successo che sta da anni lavorando su molti casi mediatici e non solo, oltre a dare la possibilità di lavorare con documenti ufficiali e non solo a chiacchiere e teoria. Cordiali saluti da un amico vicino al Ragioniere di padova.
Gentile Ragionier Favaro, dalla fine del suo post deduco che voleva inserirlo in forma anonima poiché si firma come “un amico vicino al Ragioniere di padova”. Per fare questo avrebbe dovuto evitare di usare il suo account pubblico. Gia questo potrebbe risparmiare ogni risposta poiché la dice lunga. Comunque le risponderò. Per prima cosa non mi occupo di questioni economiche della nostra Associazione quindi se deve richiedere un rimborso può contattare direttamente la mia Segreteria. In secondo luogo, le ricordo che Lei è stato espulso dalla nostra Associazione proprio perché il Consiglio Direttivo ha valutato il suo comportamento non in linea con il nostro Codice Etico che impone ai nostri Associati di ottenere una robusta formazione professionale prima di offrirsi come consulenti. Quella che Lei chiama “chiacchiere e teoria” rappresentano la giusta formazione ed esperienza sul campo che è necessaria prima di occuparsi di cose delicatissime quali sono le Scienze Forensi. Vorrei anche puntualizzare che con la nostra Associazione non ha frequentato nessun “corso in america” ma una visita studio a un dipartimento di polizia, cosa che consentiamo a tutti i nostri soci (casalinghe, ragionieri, astronauti ecc.) ma che non consente sicuramente di presentarsi poi come esperti forensi. Il fatto che ora lavori con una “criminologa di successo” che le sottopone casi reali la dice lunga sulla differenza tra successo e competenza (ma questa è un’altra storia). Comunque, visto che come afferma nel suo post, dopo essere stato allontanato dal nostro Sodalizio ICAA (che è un’associazione professionale e non un’accademia) ha frequentato corsi in america che le hanno dato finalmente la giusta competenza professionale, immagino vorrà divulgare su questo blog la lista di tali corsi in formato europeo (data svolgimento, numero di ore, riconoscimento dell’istituto che ha erogato la certificazione). Sinceramente non sapevo che avesse soggiornato in USA per così tanto tempo da ottenere l’abilitazione a svolgere l’attività di scienziato forense. Normalmente come ben sa sono richieste, dopo una laurea compatibile, 6000 ore tra training e affiancamento con una unità operativa (in base agli standard reperibili su internet digitando “evidence collector specialist”. In alternativa è possibile ottenbere le stesse competenze all’interno delle Forze di Polizia che hanno percorsi di formazione specifici. Sarò comunque lieto di chiedere pubblicamente scusa appena ricevuto il curriculuim che sarà prontamente pubblicato poiché le mie valutazioni si riferiscono al solo periodo in cui, facendo Lei parte della nostra Associazione, avevo modo di valutare le sue reali competenze. FIRMATO: Un amico vicino al Prof. Strano
A distanza di più di un mese del curriculumi formato europeo nemmeno una traccia….. siamo tutti senza parole. Spero che la Società Italiana di Criminologia si decida a regolamentare questa professione richiedendo un curriculum a tutti coloro che vogliono esercitare in Italia.
Sono passati dieci mesi e il Ragionier Favaro non ha ancora inviato – come aveva promesso – la lista dei corsi svolti in America (in formato europeo con data svolgimento, numero di ore, riconoscimento dell’istituto che ha erogato la certificazione) a dimostrazione del percorso formativo ottenuto in qualità di “evidence collectors spercialist”.
Speriamo che ci siano orecchie attente ….. un abbraccio
Cesira
In qualità di Medico, Psicoterapeuta, Psicologo giuridico e psicopatologo forense, sono in pieno accordo con Marco Strano sull’uso indiscriminato e incompetente che alcuni personaggi fanno della televisione in ambito criminologico. In questo modo si svaluta il lavoro di chi, forze dell’ordine o libero professionista, tutti i giorni si aggiorna e studia e si cimenta sul campo in questioni che in televisione sono ormai al livello di circo. Già…il circo mediatico.
Marco Lombardozzi
Un’analisi attenta che offre molti spunti di riflessione. Concordo pienamente sulla necessità d’integrare e supportare la prova scientifica con le indagini convenzionali, sull’opportunità di istituire una banca-dati del DNA e quindi, in definitiva, sulla necessità di investire in professionalità, formazione e tecnologia.
Trovo preoccupante il trend cui stiamo assistendo ultimamente: fatti di cronaca atroci (altro che gialli e romanzi noir!) complicati più che nella loro genesi dal circo mediatico come dice lei (e non solo mediatico) che gli si sviluppa intorno.
Ma che succede: sono diventati tutti killer infallibili e imprendibili? Tutti professionisti del crimine capaci di far sparire il minimo indizio e di alterare ad arte o confondere la scena del crimine? C’è qualcosa che non torna, evidentemente. E spero in una concreta inversione di tendenza.
Il carrozzone va….Sarah ed il circo dell’indignazione
Mi vergogno molto. Mi vergogno. Nel santo furore di questi giorni, nel vano tentativo di evocare la gogna e la lapidazione per Misseri, mi sono perso in un mare di congetture che alla fine provocavano rabbia. Me la sono presa proprio con tutti. Con “Chi l’ha visto” che ha dato la notizia in diretta, prolungando la durata del programma di oltre mezz’ora pur di essere il primo a confessare l’odiosa verità alla madre di Sarah. I primi in assoluto a dare spazio al diritto di cronaca. Ero già a dormire, ma il giorno dopo su youtube ho recuperato tutto. Poi sono stato preso dal turbine delle trasmissioni sull’omicidio di Avetrana sostenendo ora l’uno ora l’altro parere dei soliti noti che si scambiavano reciproche supposizioni su carta intestata alla procura. Palombelli, Meluzzi, Maraini, Bruno, Bruzzone, Strano, Garofalo, Alessio Vinci, Barbara D’Urso e tutta la santa Rete 4. Il giallista, l’opinionista, il criminologo, il criminalista, l’inquirente, il Bruno Vespa. Mi sono abbeverato alla loro Sapienza ed al dolore della vittima, alle musichette in sottofondo ed alle tristi immagini del viaggio a Roma, alla monetina nella fontana di Trevi ed al mimo in via dei Fori Imperiali. E mi sono arrabbiato e ho detto la mia opinione dalla posizione migliore del mondo, il mio divano Ikea. Sommerso nella mia realtà a centinaia di chilometri dallo strazio. Ho cercato di comprendere le ispide insidie del mostro violentatore e necrofilo cercando di dare risposta al mio bisogno di giustizia. L’ho provato a mettere fuori dal genere umano e ficcarlo in una statistica tra un serial killer, un maniaco sessuale ed un necrofilo. L’ho fatto perché io sono un esperto. E lo posso fare. Dalla mia poltrona privilegiata di profondo conoscitore della psiche ho criticato senza nessun ritegno quel sensazionalismo da strillone che invita a comprare un prodotto piuttosto che un altro e mi sono abbeverato agli spot che, come da stile manzoniana, spezzavano la tensione quando essa diveniva troppo grande. Mi riportava alla casa quel sofficino che interrompeva le lacrime amare di Sabrina mentre prendeva visione della testimonianza del padre, mentre le veniva chiesto l’ultimo ricordo della cugina e della bruttura e volgarità di quello che le ha dato il cognome. Ed ho invocato un assorbente per signora come mio salvatore, perché di lacrime in primo piano quasi rischiavo una scissione psicotica. Dei dotti pareri sugli sguardi di zio Michele ho fatto tesoro, mentre in stile Lightman qualcuno si cimentava, post hoc, a decifrare quando egli avesse mentito e gli oscuri riti di sangue di questo orco, mostro. Poi mi sono vergognato. Perché nel mio ruolo di esperto non ho fatto altro che perseguire il mio bisogno primario. Da esperto io vado ascoltato, per cui alla Palombelli o a Dacia Maraini avrei saputo rispondere come si doveva, ma il problema era: ma che sto desiderando? Sto desiderando di essere lì dentro. Sto nutrendo qualcosa che non c’entra con Sarah, sto soddisfacendo un mostro mediatico che si ciba di sguardi e di riconoscimenti come un bambino richiede il seno di una madre affettuosa e premurosa. Ma ho 36 anni. E mi sono vergognato. Perché di Sarah non c’era nulla, di quello che vado sbandierando non rimaneva nulla se non la vuota rabbia per una vendetta. Ed allora mi sono scoperto orco, mostro. Perché ad invocare la pena di morte non ho fatto altro che allinearmi al colpevole, al suo livello, a quel livello nel quale la compulsività non ha nessuna giustificazione, nessuna cornice di senso e nessuna classifica. Io, l’esperto, non valgo più di quel uomo. Anzi. Di meno. Perché a tutto questo ho apposto inderogabile giudizio e me ne vergogno. E mi senti di chiedere scusa. Mi sento di chiedere scusa a chi sa che il mondo non si ferma all’atto violento. Ed allora mi sento di chiedere scusa anche alla TV che segue non tanto un bisogno di giustizia, ma un altro scopo, non meno importante. I bisogni sono tutti importanti e quando si fa intrattenimento anche di un fatto così pesante bisogna accettare che è intrattenimento. E l’intrattenimento è intrattenimento. Se il bisogno è quello di fare ascolti per vendere spazi pubblicitari e continuare a sopravvivere allora questo è un bisogno importante dal momento che sembra che tutte le trasmissioni lo perseguono. Se tutti si allineano a fare talk show di un fatto grave e pesante per qualcosa che va oltre il diritto di cronaca (non mi venite a raccontare che si fa cronaca perché allora non inviti il giallista o la scrittrice) e che sconfina nel fare il botto più grosso, allora ben venga tutto ciò che è successo. Se questo è una sorta di catarsi collettiva in cui per fortuna per una volta abbiamo il colpevole da mettere alla gogna, che tutto questo ben venga. Perché l’impressione è quella di chi ha tanto bisogno di dire che Misseri non è un essere umano e che queste cose non sono così frequenti. Ed alla fine nell’invocare la forca si è pari a chi ha girato due o tre volte (e saperlo non mi fa grande differenza) la cordicella intorno al collo della sua vittima, mi sento ampiamente rappresentato in quella moltitudine che si indigna pur di normalizzare l’intervento, perché se si disquisisce della violenza nelle città, allora bisognerebbe parlare della volontà di distruggere il male con un male peggiore. Ma visto che siamo tanti ad invocare la lapidazione (ma qualche tempo fa non eravamo tutti indignati contro questa pratica?) la responsabilità personale si perde e si assume la vox populi. Il centro della mia vergogna è questo. Io non partecipo direttamente. Io non sono stato interpellato, io non posso gridare la mia sete di vendetta. Ci pensa la gran cassa ed il carrozzone. Ma forse non è il mio bisogno. E per questo mi vergogno. Mi vergogno per aver scambiato me stesso per l’altro contrabbandando la mia umanità e sacrificandola al bisogno di esposizione, al protagonismo celeste che in questi giorni mi ha bombardato lì dove tutti siamo più deboli. Mostri tutti. Perché se il colpevole non fosse uscito allora questa sarebbe stata l’ennesima Denise che oggi passa fugace insieme alla dignità di sua madre, lascia spazio alla cronaca di altri eventi ed al loro ciclo. Un’altra Elisa Claps da trovare tra 10 anni. Tra indiscrezioni e telecamere puntate davanti ad una chiesa, sino ad arrivare alla rabbia di una madre che urla le stesse cose da 10 anni ed ora si interroga sul perché proprio ora c’è la caccia al colpevole, ora che tutti si indignano dell’omertà santa. Ma Elisa, si sarebbe potuta trovare prima ? perché ora tutto il popolo d’Italia si unisce a coorte e persegue il mostro? Un mio maestro un giorno mi parlò della ricerca del colpevole come cornice di senso, una spiegazione, qualcosa che renda il dolore accettabile per chi non ci passa. Per chi è spettatore. E poi aggiunge che quando il colpevole è tra noi, noi siamo colpevoli. È una responsabilità sociale quella di rispondere alle richieste di un nostro simile, di un altro essere umano, è la civiltà come definita, è il mutuo soccorso, quell’assistenzialismo che chi firmò la Carta Costituzionale aveva in mente, perché dopo anni di sterminio tutti avessero pari dignità nei confronti della propria nazione e che essa fosse la garanzia di cura e assistenza. In nome del Popolo Italiano. Sovrano per scelta democratica. Ecco perché i servizi sociali, istruzione e sanità sono o dovrebbero essere garantiti a tutti. E quando una realtà sociale complessa inizia a togliere il sostegno primario ai propri componenti qualcosa cambia inevitabilmente. Per cui oggi assistere vuol dire passare accanto al corpo di una donna svenuta ad una stazione della metro perché troppo vicini ad una realtà che non è stemperata dal tubo catodico. Quella vera che fa schifo. La realtà insomma. Per cui penso che anche io sarei passato oltre quel corpo inerme rivolto a terra, intimamente abituato ad esprimere me stesso a tre metri dal plasma a 50 pollici che domina sulla parete di casa, sprofondato in un ambiente che conosco, a sparare giudizi dal mio luogo privilegiato tra un sofficino ed un tampax a comprimere il sangue, ad assistere ad uno show pieno di risposte a domanda che nessuno ha fatto, ad esorcizzare paure che nascono da un mondo profondo e sconosciuto, che nascono dall’altro, tutto quello che recuperiamo in uno scatto d’ira funesta che tanti lutti arrecò agli achei. Ed Omero l’aveva capito che l’ira di Achille avrebbe fatto male più ai greci più che ai troiani. Mi sento stanco a parlare di mostri e mondi interiori, spiegazioni sociali e frasi ad effetto. Applausi al qualunquismo D’Ursesco che raccomanda ai bimbi di denunciare i mostri in un coro di applausi altrettanto odiosi. Non sanno o non vogliono sapere che il mondo di un bambino è legato ad un filo tenue e che denunciare in solitudine vuol spesso dire non essere preso sul serio. Perché in quella moltitudine che chiede la pena di morte si nasconde un mostro ancora più pericoloso, ancora più insidioso, il pubblico giudizio , l’insindacabile che nelle spire della moltitudine chiede lo stesso infame gesto per chi uccide degradandosi allo stesso livello del reo. Poi ci sarebbero frasi scomode e dolorose sull’esclusivismo che certe persone fanno del dolore, in quel vuoto “voi non potete capire”. Nessuno infatti vuole capire, siamo stanchi di usare il cervello. Sperando che anche in questa guerra mediatica, prima o poi scenda la pioggia a portarsi via un po’ di esperti, qualunquisti e mestieranti.
Articolo di Fabrzio Mignacca
mi complimento con il prof STRANO per l’articolo che condivido perchè analizza con efficacia tutte le criticità e le problematiche e si focalizza sull’etica e sulla deontologia del professionista
Mi duole ammetterlo, ma è l’intero sistema a non funzionare. Partiamo da un presupposto, la formazione.
In Italia la formazione in “scienze forensi” è oltremodo penosa. Io ho preso una laurea in Neuropsicologia e sto per specializzarmi in Psicologia Criminale e Investigativa a Torino. A parte 5/6 esami veramente “specializzanti”, tutti gli altri non sono altro che roba teorica trita e ritrita nella triennale. I tirocini, sono al momento (da anni) blindati, quindi o fai tirocinio in sedi proposte dall’Università (e di sedi nel campo di psicologia criminale non c’è n’è neanche una) o sei fregato perchè il tirocinio è obbligatorio ai fini della laurea. La speranza è che ci sia qualcosa di veramente valido nel post lauream, ma se queste sono le basi….il futuro non lascia ben sperare e soprattutto se questa è la formazione, non mi stupisco se ognuno di noi si sente il Criminologo per eccellenza.
Veniamo al problema vero e proprio.
Non ho ancora capito se la tv risponde alla domanda del pubblico, o se il pubblico si sottomette all’offerta della tv. La cosa certa è l’interesse morboso che i casi di cronaca suscitano nelle persone. Chi di noi non ha fatto potesi davanti alla tv guardando uno dei mille programmi che parlano di casi di cronaca? Penso tutti.
Il problema è quando a parlare in tv sono persone totalmente incompetenti. Io che da anni studio queste cose, che ho seguito i corsi dell’ICAA non mi definisco competente, ma certe cose mi lasciano perplessa, per esempio:
1) caso Scazzi, dopo la confessione (la prima) dello zio, i servizi tv con “l’esperto di menzogne”–> “vedete, in questa intervista il Misseri ha alzato una spalla il che è un chiaro indice di menzogna” “vedete, a questo punto il reo confesso incrocia le braccia e alza il sopracciglio dopo essersi toccato i capelli..questo è un altro evidente segno che l’uomo mente”. Allora, non c’è bisogno di una laurea per capire che non esitono segnali esclusivi di menzogna ma che tutti gli atteggiamenti dovrebbero essere confrontati con situazioni standard del soggetto, ma vabbè..l’italiano medio non lo sa e allora si beve tutte queste stupidaggini.
2) caso delle gemelline scomparse e suicidio del padre Mathias Shepp, qui si è toccato il fondo del barile–> esperta grafologa (in un servizio al tg5) che fa una perizia calligrafica su una RIPRODUZIONE al pc, scritta in Arial, di una cartolina che il padre delle bambine avrebbe spedito alla moglie. Un uomo canadese residente in svizzera che scrive in italiano, è logico. “rabbia pregressa” “aggressività recondita” “qui si vede perfettamente il suo legame al passato e la sua paura del futuro”…idem come sopra, la gente ci crede. Poi che ad essere aggressivo, arrabbiato e malinconico è un carattere di Word poco importa, l’ha detto la grafologa!
Potrei andare avanti all’infinito.
I “Cold Case” (tanto per restare in tema di serie tv) esistono da sempre, ora con la tv c’è molta più “pubblicità” e quindi molto più risalto. 10 anni fa Yara, Sara, Giulia, Meredith sarebbero state niente di più che un articolo sul giornale e un veloce e rapido servizio al tg. Ora sono diventate figlie, sorelle, cugine, nipoti di tutti. L’attenzione che si viene a creare è troppa per i miei gusti.
Di solito mi piace usare un paragone medico per spiegare la mia posizione.
E’ come se ad una puntata di Porta a Porta sulle “nuove frontiere dell’operazione a cuore aperto” io intervenissi perchè guardo da sempre il Dottor House! Interverrei dicendo “sicuramente non è Lupus”, “se tutto va male gli diamo il prednisone”. Ovvero le banalità dette di “criminologi” in tv!!
Ultima cosa, la parola degli esperti. Ma esperti di cosa? Ho visto gente parlare e parlare e parlare di casi di cronaca con le qualifiche più disparate! Tizio “scrittore di libri gialli”, Caia “soubrette e presentatrice”, Sempronio “Direttore di giornale”..ma insomma!
E’ come se in tv a parlare di politica chiamassero dei pagliacci!…………ok come non detto….
Scherzi a parte, i media potrebbero essere un potentissimo veicolo di informazione, anche per questo genere di cose. Purtroppo si accontentano di essere un generatore di banalità, incompetenza e scoop perchè questo appaga sicuramente di più la massa. Credo che qualcuno dovrebbe andare in tv e dire tutte le menzogne che vengono propinate ogni giorno da questi fantomatici esperti del crimine. Se vogliono la fantasia dovrebbero guardare CSI, se vogliono la verità dovrebbero aprire tanti libri, studiare…e accendere la tv il meno possibile.
mi piace molto anche l’articolo di Fabrizio Mignacca
Buonasera, vorrei esprimere il mio parere personale su quanto sta’ accadendo in tivu’ riguardo ai fatti di cronaca recenti.
Ogni sera, abbiamo un dibattito acceso tra i vari componenti presenti nelle trasmissioni tivu’, tutti sanno tutto e nessuno sa’ mai niente di concreto, ma cercano di saperne sempre piu’ degli altri….
I criminologi si sprecano per questo genere di trasmissioni che secondo me’, tendono solo ad avere molti ascolti, ma come si dice: tanto fumo e niente arrosto…:-(
Insomma, secondo me’, i criminologi vengono invitati solo per creare un acceso dibattito di botta e risposta, che alla fine, non fa’ bene alla figura stessa dei criminologi, questo perche’ magari la trasmissione tivu’ vorrebbe avere da loro tutte le risposte, anche se queste risposte non sono possibili.
Il mestiere di criminologo, non si impara certo in poche ore, ma al giorno d’oggi, in tivu’ si sentono tutti
dei criminologi affermati… non parliamo poi di certe discussioni che si sentono in giro, alcune persone, che criminologi non sono, parlano come se avessero gia’ risolto tutti i casi odierni di cronaca…
Saluti Doc, i tuoi articoli sono sempre molto interessanti, e per questo ti meriti tutto il mio rispetto.
Buon proseguimento a tutti voi.
Devo dire che rimango sempre più sbalordita nel leggere tentativi di cattiveria gratuita e offensiva nei confronti della nostra Associazione – nostra in senso che anch’io ne faccio parte con orgoglio. Tutti possono essere tutto a questo mondo, ma la competenza, merito ed etica dovrebbero – dico dovrebbero anche se dovrei dire, DEVONO essere – un punto centrale in qualsiasi professione. L’errore del nostro Paese, è non voler attribuire una serietà e una considerazione maggiore all’attribuzione di CRIMINOLOGO. Non è facile analizzare tutte le sfaccettature e tutte le tipologie di tecniche investigative e psicologiche. Facile proclamarsi tali. Nei talk show tutti sanno e tutti esprimono, ma senza carte e senza testa. Un VIP si crea, basta sfogliare i giornali di gossip…ne sono pieni di tutti questi VIP. Sono pienamente concorde con le osservazioni poste dal Prof. Strano nel suo articolo e nella sua risposta. Vuoi essere solo un VIP, ci sono varie strane e senza perdere tempo a studiare, non serve ! Vuoi essere noto per le tue competenze e opinioni di merito allora oltre lo studio deve esistere l’esperienza diretta e reale. Quello che la mente produce non sempre i libri l’hanno analizzata, per cui….studiare e non parlare per dire quello che io voglia dire, ma che non dico per rispetto all’associazione di cui faccio parte con orgoglio, ribadisco!
Chiarimenti: nell’articolo di Fabrizio Mignacca si elencano una serie di professionisti ma non abboamo certo la stessa opinione su tutti i citati. Il nostro rispetto va al Prof Strano e al Gen Garifalo. La lista di nomi era per dare un’immaginine degli esperti che vanno in tv, e! solo un elenco, non una classifica!!!
Marco, nell’articolo affronti un problema serio e ti ringrazio per avermi chiesto un parere.
Ai mass-media non interessa la scienza e l’epistemologia, ossia la sostanza delle cose: sia perché lo “spazio” in Tv costa moltissimo sia perché il cinismo è intrinseco alla loro natura, secondo la famosa regola: “E’ notizia non se il cane morde l’uomo, ma se è l’uomo a mordere il cane!”.
Ai giornalisti interessa ciò che fa vendere i giornali, alle tv ciò che fa audience. La notizia, perché tale, deve essere breve, ad effetto, omogeneizzata e… filtrata. Il linguaggio è ridotto a marmellata: frasi ad effetto dove il “come” si dice, prevale sul “cosa” si dice e le immagini prevalgono sul sonoro; in altre parole, in Tv prevale l’opinione alla ragione, la forma alla sostanza, la fotocopia all’originale, l’apparire all’essere.
Gli effetti criminogeni dei media, in rapporto alla giustizia-spettacolo, sono devastanti. La Tv può indurre chi è psicologicamente predisposto a ritenere che commettere un reato porta alla notorietà, grazie alla spettacolarizzazione delle indagini e del processo. Paradossalmente, la notorietà è tanto più grande quanto più grave e sanguinoso è il delitto. Tanto maggiore è la gravità del delitto commesso e maggiore è lo spazio che i media dedicano al crimine e al criminale.
L’attività forense dovrebbe sottrarsi alla spettacolarizzazione della giustizia, che trasforma gli esperti (periti e avvocati in primis) in detersivi (imbellettati ed intenti a seguire le logiche del telemarketing) e il criminale in una vittima quando non in una star (penso, per esempio a Corona: uscito di galera, a uno “sciame” di giornalisti dichiara: “Ostaggio dello Stato”, “vittima di quel talebano di Woodcock”, ma “fra poco racconterò la verità, e saranno c… amari per tutti” (su La Repubblica del 29 maggio 2007)
Vi è un ruolo subdolo dei media quando inducono l’identificazione con il modello negativo, trasformato in positivo. L’altro aspetto che poni sulle indagini cosiddette scientifiche che sacrificano l’investigazione tradizionale, interpersonale, sono due aspetti complementari condivisibili pienamente. Affermi due cose molto sensate. In dibattimento infatti assistiamo a periti che dicono tutto e il contrario di tutto. Ciò dimostra che non c’è scienza in quegli elaborati peritali. Non possano essere contemporaneamente validi un enunciato (semplice) e il suo opposto (cioè l’enunciato ottenuto attraverso la negazione del primo); mentre per qualsiasi enunciato (semplice) deve valere o l’enunciato stesso o la sua negazione ma non ovviamente entrambi. Invece, nel processi vediamo che un perito tira di qua e uno di là, in mezzo il giudice che decide per come si alza la mattina. Qui la scienza non c’entra nulla, ahinoi!
Caro Fortunato, la grande preoccupazione che ho, in qualità di Direttore Scientifico di un’Associazione, l’ICAA, che conta quasi 8000 iscritti e che con i vari gemellaggi (Federpol, Agifor, Consap, Sindacato Forestali, Argos ecc.) raggiunge quasi 30.000 persone, riguarda il fatto che molti nostri interlocutori, soprattutto giovani, sono affascinati dalla dimensione “pubblica” dell’ambito forense e pensano che per operare in questo settore basta frequentare un corso divulgativo di 4 giorni per poi “operare sulla scena del crimine” e “andare in telvisione”. Diventare famosi…. Pensa che dopo aver operato negli anni 80 come Ufficiale dei Carabinieri in Calabria e aver visto una cinquantina di omicidi (sulla strada) e dopo aver operato al nucleo speciale dell’Alto Commissario antimafia per dieci anni analizzando centinaia di fascicoli di omicidio, ancora quando in TV o in situazioni pubbliche mi chiedono un parere su un caso di cui non ho letto la documentazione mi trovo in grande imbarazzo. Se avrai notato, le poche volte che riesco a trovare il tempo per andare in televisione, difficilmente esprimo pareri sulla specifica indagine ma parlando in nome di un Sindacato di Polizia sottolineo la “tecnica” investigativa generale (se la conosco avendola applicata) e i limiti organizzativi ed economici che rendono spesso difficile un successo. Trovarmi con persone che avanzano ipotesi investigative prima ancora che gli stessi investigatori incaricati si siano pronunciati mi lascia basito. Come sai attualmente sono il responsabile dell’area “criminal profiling” della Polizia e visto che nell’ICAA stiamo da anni mettendo a punto un database di supporto alle indagini che si basa sull’intelligenza artificiale, spero che tale sistema possa diventare efficiente (dopo gli opportuni test) e che possa essere “donato” alla mia amministrazione per il suo impiego sul campo. Chissà se questo sogno si avererà. Nel frattempo nessuno delle persone che lavorano con me nell’ICAA si sogna di sparare “profili criminali” sui fatti di cronaca, proprio per una deontologia professionale che impone la non pubblicizzazione di pareri su fatti giudiziari ancora aperti. Spero che le persone che fanno parte in vario modo della mia cerchia di collaboratori possa “assumere” questa filosofia di vita poiché la Scienza è alimentata da persone che studiano in silenzio e che condividono con altri studiosi i loro risultati. Purtroppo l’immagine della Scienza (criminologica) che noi alimentiamo è fortemente influenzata da una serie di individui alla ricerca di fama e notorietà mediatica che poi sfruttano proponendo spesso corsi di formazione costosissimi (e vuoti) destinati, aimé, proprio a giovani sprovveduti che si lasciano abbagliare da facili successi. La scelta della nostra associazione, che insieme alla CONSAP propone corsi di formazione su varie tematiche criminologiche, è quella per prima cosa di svolgere attività gratuite o semigratuite (massimo 15-20 euro per una giornata formativa) e soprattutto quella di spiegare ai giovani che per diventare “scienziato forense” occorre un percorso fatto di studio vero e di sacrificio. Credo che il futuro comunque ci darà ragione…… Grazie del supporto, Fortunato.
Ritengo che sia necessario un severo controllo dei vari Ordini Professionali che dovrebbero sorvegliare sui comportamenti tenuti dagli iscritti ai vari Albi.
Non si può consentire ad avvocati, psicologi e CTU O CTP che stanno lavorando per un procedimento penale in corso di intervenire a dibattiti televisivi peraltro odierni.
Chi partecipa a queste trasmissioni, a mio avviso, lo fa a svantaggio del proprio assistito e violando il segreto professionale e anticipando mosse e strategie difensive.
Tutto ciò avrebbe un senso a conclusione del procedimento quanto meno di primo grado. in caso contrario anche i membri popolari della Corte d’Assise non saranno sereni nel loro convincimento.
L’intervento degli esperti che invece non sono coinvolti nel procedimento de quo, ha un senso meramente discrezionale e soggettivo non avendo essi contezza del fascicolo processuale. pertanto ritengo che sarebbe preferibile intervistare gli esperti su problemi in generale senza addentrarsi in casi particolari perchè ciò non consente loro di fare affermazioni supportate da dati oggettivi e anzi rischia di bruciarli allorchè si lancino in interpretazioni che spesso non hanno avuto riscontro.
Sono passati quattro mesi e il Ragionier Favaro non ha ancora inviato – come aveva promesso – la lista dei corsi svolti in America (in formato europeo con data svolgimento, numero di ore, riconoscimento dell’istituto che ha erogato la certificazione) a dimostrazione del percorso formativo ottenuto in qualità di “evidence collectors spercialist”.
non se ne può più di queste lunghe chiacchierate nei salotti televisivi su vissuti tanto dolorosi, per vittime e congiunti soprattutto,che riflettono l,imbruttimento della società tutta. Sui cosiddetti opinionisti più o meno illustri permettetemi di essere un pò critica, il signor Marziale, presidente dell’osservatorio sui minori lavora in tv? e i criminologi non ne hanno lavoro in centrale? Preferiscono tutti apparire salvo poi e difendere la loro presunta professionalità e di conseguenza le loro verità da personaggi che non saprei categorizzare: partecipanti a reality, politici urlatori e tanto altro. morale di mia nonna: se dici di aver mangiato carne di gatto, anche per sbaglio, vieni bandito dalla televisione (vedi Bigazzi) se uccidi vai in TV, vendi interviste, scrivi libri……
Che tristezza!!!
howdy there, this is great write-up. I certainly love it. However there are many of off topic comments. I strongly suggest you to eliminate or something like that. That’s only my opinion. All the best from South Africa !!
Sono passati dieci mesi e il Ragionier Favaro non ha ancora inviato – come aveva promesso – la lista dei corsi svolti in America (in formato europeo con data svolgimento, numero di ore, riconoscimento dell’istituto che ha erogato la certificazione) a dimostrazione del percorso formativo ottenuto in qualità di “evidence collectors spercialist”.
Buona sera a tutti voi, ritengo che sia importante esprimere il mio umile parere di uomo qualsiasi, di studioso dell’essere umano partendo da me stesso, a riguardo di questo circo mediatico di presunti esperti e sapienti che puntualmente si presentano alla ribalta degli schermi televisivi. Taluni preparati ed in buona fede.. altri famelici ricercatori di visibilità. Non metto in discussione la preparazione tecnica di nessuno (non è compito mio) ma che questa spesso sia subordinata alle esigenze televisive…non lo si nega, spesso a scapito di quello che dovrebbe essere l’obbiettivo primario ovvero la ricerca della verità, della giustizia e del rispetto delle leggi ed anche di un corretto e serio svolgimento dell’attività giornalistica.Ci sono molte persone che si impegnano in silenzio per aggiornarsi per formarsi ed essere il più possibile preparati ad un compito che oltre che essere prerogativa specifica di personale “addetto” è dovere di tutte le persone di buona volontà che credono magari illudendosi ,che per migliorare la società dobbiamo prima di tutto essere noi migliori.Un ringraziamento ed un plauso a quanti si impegnano per portare questa formazione a tutti coloro che ritengono umilmente di poterla ricevere e farne tesoro per provare ad essere tutti migliori assieme e migliorare cosi questo mondo..o perlomeno provarci. Grazie Marco a te ed ai tuoi collaboratori.